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Gli Anni 50 - di Cosimo Ottaviano
Ho sempre avuto la voglia di scrivere; ogni tanto mi prende così morbosa, così impellente da non poterne fare a meno e butto giù qualche riga che poi rimane lì, in una mia raccolta di “Scritti in libertà”. Sono opinioni, pensieri, di tutto un po’ sulla vita quotidiana, politica e professionale mia personale, ogni tanto qualche piccola poesia in occasioni particolari. Talvolta, insieme con la voglia di scrivere mi prende anche la voglia di far sapere ad altri il mio pensiero, in special modo se questo è indirizzato a qualcuno in particolare. Succede, infatti, che qualche brano viene pubblicato sui quotidiani locali, ma niente di eccezionale, giusto forse per l’esigenza redazionale di riempire uno spazio vuoto nella pagina. Tra i rimpianti, comunque, ora mi accorgo che vi è quello di non aver mai scritto nulla sul mio passato, sulla mia fanciullezza, sulla mia giovinezza vissute nella frazione di Tuturano. Eccola qui l’occasione. Mi viene offerta su un piatto d’argento. Lo stimolo giusto è proprio questo: www.Tuturano.com, il nostro angolo, il posto dove tutti noi tuturanesi, anche se residenti altrove, possiamo ritrovarci in qualsiasi momento e tutti insieme a raccontarci, come si usava fare intorno all’antico braciere o al caminetto. Lo spunto ci viene dato appunto dall’invito continuo degli autori del sito di ritrovare e narrare le nostre tradizioni, un invito che ritengo giusto per non disperdere nell’oblio generale il passato dei tuturanesi, anche se a volte tragico o poco felice che sia stato, ma importante per poter “comprendere il presente ed evitare errori per il futuro”. Lo so, sono frasi fatte, a cui però ho voluto rifarmi proprio per ricordare ai tuturanesi di oggi che – come diceva qualcuno – “loro non sono i proprietari del presente (come a suo tempo non sono stati i loro genitori), ma soltanto gli inquilini e che in un futuro lo dovranno restituire ai legittimi proprietari che sono i loro figli”. Pertanto, bisogna stare molto attenti al modo in cui usiamo il nostro presente, affinchè lo possiamo riconsegnare nel modo migliore . Vedete come si diventa filosofi e saggi ad una certa età!? Qualche anno addietro non mi sarei mai sognato di fare discorsi del genere. Oggi, alla soglia dei sessanta (che poi, se vogliamo, non è che siano tanti, è vero?), accingendomi a ricordare per narrare episodi della gioventù a Tuturano, mi sembra di aver raggiunto chissà quale veneranda età, nella quale uno riflette su tutta una vita passata e si permette addirittura di dare consigli a tutti: ma, per carità!, non è il mio caso: primo, non mi sento così vecchio; secondo, non mi sono mai permesso e non mi permetterò mai di elargire gratuiti consigli a chicchessia. Ne avrei ancora bisogno io di consigli tanto utili!!
Ma, veniamo a noi. I primi anni cinquanta sono quelli da cui posso iniziare a ricavare a mala pena qualche ricordo. Era stata inaugurata da poco la nuova chiesa parrocchiale di Via V.Emanuele e, ricordo, un giorno che vidi l’ingresso completamente bardato con un grande drappo nero, a lutto, così lugubre e funereo che noi bambini avevamo paura ad entrare. Ci dissero che tutte le chiese d’Italia erano state addobbate a lutto, perché era morto Alcide De Gasperi. Mah!
A proposito di chiese, sempre in quel periodo si frequentava ancora, ma ormai raramente, la vecchia chiesetta della Madonna del Giardino. Il ricordo che mi è rimasto impresso è quello di alcuni quadretti appesi alle colonne in cui vi era pubblicata una “bolla papale” di Pio XII con cui si ordinava ai parroci di tutto il territorio nazionale di non somministrare i sacramenti (battesimo, comunione, cresima, matrimonio, ecc.) a coloro che dichiaratamente erano “comunisti” o “socialisti” e loro familiari. Mah!
Ho fatto cenno ai partiti politici: ricordo che durante il periodo elettorale e fino al giorno delle elezioni era tutta una festa. Gli striscioni di propaganda appesi da una casa all’altra lungo Via Stazione; le rime stupide e infantili che noi ragazzini inventavamo per ironizzare sui nomi dei vari candidati, ad es. “a chi vota Crollalanza gli farà male la panza”; i comizi in piazza Regina Margherita con la maggior parte del pubblico ad ascoltare comodamente seduto sulle sedie del bar di fronte come in un salotto; le scaramucce verbali (e talvolta si passava anche alle vie di fatto) tra gli attivisti dei vari partiti. Sembrava che il risultato politico di tutta la nazione dovesse dipendere da Tuturano. Un aneddoto molto divertente che mi piace raccontare è quello di una vecchietta che nel giorno delle votazioni, mentre si apprestava ad entrare nell’edificio scolastico delle scuole elementari di Via Stazione dove erano allestiti gli unici due Seggi elettorali, venne avvicinata da uno dei soliti attivisti di partito, che in quelle circostanze cercavano di accaparrare qualche voto in più all’ultimo momento per la propria lista, e le chiese: “Scusa, nonna, per chi devi votare?” – “Figlio mio, per chi vuoi che voti, sempre per il Signore no?” e quello, di rimando: “Nonna, perché stavolta non voti per la Madonna?” - “Ah sì?, e come dovrei fare?” – e quello: “Vedi, questa è la lista: M.S.I. – Madonna Santissima Immacolata”. Ecco, per me, rivivere gli anni cinquanta di Tuturano è come ricordare un periodo di ingenuità, schiettezza, a parte la mia tenera età di fanciullo, a parte il gregge delle capre di Pasqualino prima e ‘Ntunuccio dopo, che girava per le strade del paese a vendere il latte fresco, munto seduta stante dagli animali, c’era nella gente quella buona dose di genuinità che poi, nei decenni successivi è completamente sparita.
Come non ricordare con nostalgia (eccola lì la parola che volevo assolutamente evitare per non apparire appunto nostalgico e per alcuni patetico nel mio raccontare), ma credo che qui è appropriata, proprio perché non trovo altro sostantivo che possa esprimere a distanza di tempo una sensazione di piacere ed allegria come quella che ancora oggi provo nel ricordo delle gite domenicali alla spiaggia di Cerano. Si partiva la mattina presto con i carretti o i traini; chi non ne possedeva lo affittava con tutto il conducente e dopo un’ora abbondante si giungeva al mare. Ognuno si costruiva alla meno peggio, con lenzuola, coperte e ombrelloni una piccola tenda per ripararsi dal sole e dove poter mangiare l’immancabile pasta al forno preparata di notte a casa; poi di corsa in acqua, qualcuno attrezzato con il “salvagente”, una sorta di ciambella ricavata da una camera d’aria di motorino o di automobile, racimolata da ‘Ntunuccio Pinto il “noleggiatore” (meccanico di bici e moto). I ragazzi più grandi, per attirare l’attenzione del pubblico femminile, sfidavano con temerarietà le onde molto più a largo e a bordo di un grande ciambellone (camera d’aria di una ruota di camion). A Cerano c’erano poi i residenti stagionali. Costoro si trasferivano, armi e bagagli, per uno o due mesi, in baracche costruite precariamente con legno e vecchie lamiere sul costone argilloso sovrastante la spiaggia vera e propria. Rimanevano lì per tutta la stagione estiva, in condizioni sicuramente molto disagiate, ma felici di stare in vacanza al mare senza spendere un soldo per il soggiorno.
 Gli altri miei ricordi degli anni cinquanta si perdono nelle scuole elementari di Via Stazione. Ogni anno, il primo giorno di scuola, la Signora Santina incaricava il sottoscritto di portare, il giorno dopo, l’indispensabile riga di legno, in quanto ero il figlio del falegname, e mio padre – felicissimo – ne preparava una di faggio spessa tre centimetri. Più che il dolore, ricordo la sensazione di bruciore delle nostre tenere carni sotto i colpi di riga della maestra, quando non si rispondeva a dovere sulle tabelline o sulle poesie. Ho ancora davanti agli occhi la scena dei gemelli Carluccio (Gino e Stella, che saluto con affetto) quando si contorcevano per le bacchettate sulle mani, sulle braccia e sulle gambe, perché non erano riusciti a rispondere alle domande della Signora Santina, la quale, ricordo, continuava ad infierire con sadismo sui corpicini di quei ragazzini piangenti. Quando l’uso della riga diventava forse monotono, l’insegnante ricorreva ad altre forme di punizioni corporali: in ginocchio dietro la lavagna, ma con le pietruzze sotto; legati per i polsi un’ora ad un albero del cortile della scuola, come tanti prigionieri degli indiani, ecc. Mah!
Per ora fermiamoci qui, non vi tengo più, salutoni a tutti e a risentirci per raccontare i decenni successivi.
............continua.
di Cosimo Ottaviano
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