 |
Gli Anni 60 - di Cosimo Ottaviano
“Dai alzati! E’ tardi, la corriera non ti aspetta!' Erano le immancabili e fastidiosissime
frasi che sentivo quasi ogni mattina, nel periodo scolastico, dalla voce squillante di mia
madre che alle sei e mezzo puntuale mi svegliava, perché dovevo prendere il pullman della
Sud-Est (quello azzurro), alle sette e dieci, e raggiungere Brindisi per andare alla scuola
media. Ebbene, dovete sapere che in quel periodo dei primi anni ’60, una volta finite le
elementari, per continuare le scuole bisognava recarsi a Brindisi. A Tuturano non c’era
ancora la scuola media. Ricordo che mi alzavo, nella stagione più fredda, con il naso e la
fronte ghiacciate, per il fatto che gli ambienti delle case di allora non erano
climatizzati come oggi ed io non sapevo dormire con la testa sotto le coperte. Una veloce
sciacquata con l’acqua rigorosamente fredda, una ancora più veloce zuppa di latte (caldo)
con i famosi taralli al pepe fatti da mia madre e da mia nonna e poi di corsa alla
“corriera'. Questa arrivava, grande e maestosa, percorreva tutta via Stazione (l’altra
strada per Brindisi ancora non esisteva) e poi (cosa che non ho mai capito) girava per un
attimo a destra per Via V.Emanuele per fare subito retromarcia fino all’altezza del negozio
di alimentari della “Rafela', sostare il tempo necessario per la discesa e la salita dei
passeggeri e poi ripartiva sempre da Via Stazione. A distanza di tempo, mi sono sempre
chiesto: non sarebbe stato più semplice arrivare da via Verdi, uscire di fronte alla
chiesa, sostare e poi proseguire, sempre a marcia avanti, su via V.Emanuele per poi
reimmettersi su via Stazione? Mah! Quel viaggio di mezz’ora circa, comunque, era per noi
ragazzini una piccola avventura che, comunque, ti ripagava dal disagio del pendolare.
Rispetto ai compagni di scuola brindisini ci sentivamo dei privilegiati, perché noi – bene o
male – viaggiavamo tutti i giorni, acquistavamo esperienze che magari loro non avrebbero mai
fatto. Nel nostro immaginario, ci sentivamo “uomini di mondo' e giù a raccontare in classe
le balle dei nostri “miniviaggi' giornalieri.
Anche a Tuturano, nel suo piccolo, gli anni sessanta sono stati favolosi, specialmente per i
ragazzi della mia età che pian piano, attraverso l’adolescenza, si avviavano (e non vedevano
l’ora) verso la giovinezza.
In quegli anni abbiamo fatto tutti, indistintamente, “noviziato' vicino ai biliardini e ai
primi flippers di “Mesc’Etturi' che, ritrovatosi il locale di Via S.Anastasio lasciato
libero da “'Nzinu Sassu' dopo che questi aveva chiuso il bar per trasferirsi a Genova
(famosissimi i suoi coni gelato da cinque lire e i “moretti'), aveva pensato bene di
utilizzarlo come sala giochi, la prima dell’epoca. Un ricordo particolare voglio rivolgere a
Salvatore Sasso (figlio di ‘Nzino), ragazzo dolcissimo e amico d’infanzia molto caro che,
purtroppo, scomparve prematuramente poco dopo il trasferimento della famiglia al Nord.
Un altro luogo di svago era il cinema “Pirelli'. Ci siamo fatte le abbuffate di film di
Maciste, Ursus, Ercole, ecc.; anche allora, come si fa oggi nei confronti dei vip
televisivi, tanti ragazzi emulavano gli attori che interpretavano quei personaggi, tant’è
che, per un certo periodo, imperò in paese la mania del culturismo. Al riscontro dei
biglietti d’ingresso, c’era la madre dei fratelli “Pirelli' (Armando e Mario De salvatore),
un’anziana signora che si metteva lì, di tutto punto, a controllare specialmente che non
entrassero gratis i ragazzini sprovvisti del requisito necessario. Avevano, infatti,
stabilito che quelli di altezza inferiore a un metro potevano avere libero ingresso, mentre
gli altri dovevano pagare il biglietto. Figuratevi che la signora aveva disegnato sul muro
una linea orizzontale “spartiacque' a distanza di un metro dal pavimento, dove faceva
avvicinare tutti i ragazzini di misura dubbia per il controllo dell’altezza. Che risate,
quando si cercava invano di bluffare, accorciandoci un po’ al momento della fatidica
misurazione! I films più importanti venivano proiettati, naturalmente, la domenica, quando
maggiore era l’affluenza di pubblico; la pubblicizzazione delle pellicole avveniva in
maniera del tutto originale: oltre che vicino all’edificio del cinema, le locandine venivano
affisse anche in una grande bacheca appesa al muro adiacente la torre dell’orologio di
piazza R.Margherita, ma non basta. Pensate, sin dal mattino del sabato girava per le vie del
paese un uomo, assoldato per l’occasione, portando in spalla una grande cornice di legno
dove giganteggiava il manifesto del film in proiezione; ogni tanto costui, ad alta voce,
propagandava il titolo del film, menzionando talvolta anche gli attori (immaginate
l’improbabile pronuncia inglese per eventuali nomi americani!).
Protetti dal buio della sala cinematografica, cominciammo così a provare le prime sigarette.
Si voleva a tutti i costi diventare presto adulti! Ricordo, con cinquanta lire compravamo
tre esportazioni senza filtro, due nazionali e un’alfa. Era il periodo in cui le sigarette
si vendevano anche sfuse e, siccome il costo variava a seconda della marca, si faceva in
modo da non lasciare al tabaccaio nemmeno una o due lire. Per me, personalmente, era vietato
entrate nel tabacchino per le sigarette, in quanto, abitandovi di fronte, sarei stato senza
dubbio prontamente denunciato a mio padre.
Finita la seconda media, per la promozione mi fu regalata da mia zia una splendida bici che,
per l’epoca, era quasi il top: una Legnano giallo-oro con cambio a quattro marce e il
manubrio rettangolare strettissimo. Bellissima! Ce l’ho ancora appesa, come cimelio, in
garage. Alle guaine dei cavi dei freni e del cambio c’è ancora avvolta la spirale
bianco-nera della Juve. Allora si usava. Quanti chilometri! Indimenticabili le lunghe
passeggiate sulla strada di Mesagne, le gare fra di noi, le cadute, le esplorazioni nel
boschetto Colemi, le corse estive alla spiaggia di Cerano. Tappa obbligata, sia all’andata
che al ritorno per rinfrescarci e bere, era la fontana con pompa a stantuffo posta
all’ingresso della Masseria Cerano, subito dopo l’attuale quadrivio prima di arrivare alla
centrale elettrica.
La conclusione del triennio di scuola media coincideva immancabilmente con l’abbandono dei
pantaloni corti e finalmente con l’utilizzo a tempo pieno dei pantaloni lunghi che, in un
certo qual modo, prefigurava l’inizio dell’età giovanile (quasi adulta).
Con l’inizio dell’anno scolastico alle Scuole Superiori, visto che il numero dei ragazzi che
dovevano recarsi a Brindisi era notevolmente aumentato, la linea della Sud-Est (non esisteva
ancora il servizio di linea urbana cittadina) fu potenziata con un altro pullman (la
corriera degli studenti) che, ricordo, faceva base a Tuturano, nella strada laterale alle
scuole elementari di via Stazione. L’autista arrivava il mattino con l’altro pullman della
linea regolare e prendeva possesso di quello per gli studenti. Era diventato per noi il
mezzo di trasporto privato; cosa non combinavamo su quel pullman! Scherzi di ogni tipo
(anche pesanti), grida, schiamazzi; talvolta il conducente era costretto a fermarsi per poi
ripartire dopo aver redarguito i più scalmanati. Qualche anno dopo, d’improvviso, scoprimmo
il treno. Qualcuno si accorse che l’abbonamento del treno, rispetto a quello del pullman,
era molto più conveniente, per due ragioni: primo perché costava molto di meno, e poi con il
treno si potevano fare più corse durante la giornata, usando lo stesso abbonamento, a
differenza del pullman che ti limitava solo a due corse. Per questa ragione quasi tutti gli
studenti si riversarono all’uso del treno. Visto che si dovevano percorrere tre chilometri
per raggiungere la stazione ferroviaria, la maggior parte di noi usava le bici, che venivano
lasciate sotto una tettoia, nel piazzale antistante, vicino alle macchine dei ferrovieri. Ci
fu un periodo che, quasi giornalmente, ritornando da Brindisi oltre le due di pomeriggio,
trovavamo le biciclette in condizioni pietose: o forate, o con le ruote smontate, o appese
agli alberi, ecc. Immaginate la rabbia dei malcapitati che, oltre a recuperare i vari pezzi,
dovevano percorrere i tre chilometri a piedi. Ricordo che la fame a quell’ora ti stringeva
lo stomaco in una potente morsa d’acciaio; eravamo quasi sempre a digiuno forzato, in quanto
con i soldi che dovevano servire per il panino, di solito, compravamo le sigarette. C’erano
due gruppi di studenti tuturanesi che usavano il treno: uno che si recava a Brindisi e
l’altro che andava a Lecce. Pertanto, avendo orari diversi di ritorno dalle proprie sedi,
ogni gruppo imputò all’altro la responsabilità degli “scherzi' sulle bici, tanto che iniziò
una vera e propria faida “fratricida' sulle bici di ognuno di noi. Sapete come andò a
finire? Che dopo molto tempo si venne a sapere che noi ragazzi tutti non c’entravamo nulla,
il tutto era opera dei ferrovieri, i quali non tolleravano che usassimo la tettoia per le
loro macchine come deposito per le nostre biciclette.
Il fatto di viaggiare con il treno, in effetti, ci era utile quando decidevamo di fare una
puntatina serale a Brindisi. Succedeva, infatti, ogni tanto, di tornare la sera in città,
magari nella speranza di incontrare la ragazzina, compagna di classe, su cui era
concentrata l’attenzione in quel momento, oppure per provare i flippers e le macchinette
mangiasoldi di ultima generazione nelle sale giochi. Si rientrava, comunque, non più tardi
delle nove, rigorosamente in segreto per i genitori.
Tuturano ha sempre avuto una squadra di calcio.
La domenica, quando il campo sportivo non
era ancora attrezzato con muro di cinta, tribuna e spogliatoi, i tifosi si assiepavano lungo
la rete di recinzione del terreno di gioco, a strettissimo contatto con i giocatori e la
partita, molto spesso, diventava una vera battaglia, con il pubblico che incitava la
squadra, non tanto all’attacco del gioco, bensì all’aggressione fisica degli avversari e
specialmente dell’arbitro. Erano i tempi di Lillino Semeraro, Gino Pinto, Bruno Rosafio, il
quale, nonostante gli era stato amputato un braccio per un incidente sul lavoro giocava benissimo e scalzo, Teodorino Sirena che, se non sbaglio, fu squalificato a vita per un
pugno dato all’arbitro; si divertiva a giocare ancora Errico D’Onofrio. Anche le trasferte
erano rocambolesche e tumultuose. Una domenica si disputava la partita Oria-Tuturano, molto
importante per l’alta classifica, e il pubblico tuturanese era accorso numeroso ad incitare
la propria squadra che, meritatamente, vinse la partita con gol segnato però su calcio di
rigore. I tifosi locali, alla fine, inferociti, si accinsero ad aggredire l’arbitro. Questi
fece in tempo a rinchiudersi nel proprio spogliatoio, ma non ci fu verso, la folla riuscì
comunque ad entrare, demolendo letteralmente parte del fabbricato. Una scena che non posso
mai dimenticare; fortuna che le forze dell’ordine riuscirono a salvarlo in tempo dalle mani
di quegli scalmanati. Successivamente, il gioco del calcio divenne più raffinato e Tuturano
ebbe anche fior di giocatori, come ad es. Pino Lettre, Altriano Iurlaro, Giovanni Giannone i
quali, purtroppo, non avendo avuto la fortuna di risiedere in una zona frequentata da
osservatori di grosse squadre, non ebbero mai la possibilità di dimostrare fino in fondo la
loro valenza. Vi assicuro che non avrebbero affatto sfigurato in formazioni di alto livello
professionistico.
Un altro elemento di svago e passatempo a Tuturano in quegli anni era il gioco delle carte.
Chi non ha imparato allora a giocare a Ramino o a Poker? I primi rudimenti si apprendevano
nei bar, osservando i giocatori esperti stando seduti alle loro spalle e poi, una volta che
ci si sentiva sicuri, il debutto nei locali della “Comunità Braccianti' (di fronte all’ex
Ufficio Postale della Piazza), o in quelli del M.S.I. (lu Missi), sempre in Piazza.
Alcuni di noi, ormai quasi giovanotti, ebbero la fortuna di fare – durante i periodi di
vendemmia – i “Pesatori'. Era il periodo in cui molti proprietari di vigneti che avevano
venduto il raccolto anticipatamente, al momento del taglio e prima del trasporto, pesavano i
tini dell’uva sulle basculle. Tale operazione necessitava di persone esperte o comunque di
gente che sapeva fare di conto. Per questo motivo, qualche studente riusciva a proporsi e ad
inserirsi come “Pesatore'. Per l’amicizia che c’era tra mio padre e il Fattore Antimo di
Santa Teresa (“Antimu LLarga'), fui impiegato in questo ruolo che, devo ammettere, mi
piaceva molto e mi riusciva discretamente bene. Non posso dimenticare ad esempio il sapore
della ricotta appena fatta, piena di “siero', e mangiata subito, di mattina presto, appena
giunti nella masseria, dopo aver percorso con piacevole ansia – a volte nella nebbia di
settembre – quattro o cinque chilometri con la bicicletta. Ci veniva offerta calda
dall’operaio addetto, prima di raggiungere il fondo, teatro delle operazioni di vendemmia e
pesatura. A volte, sempre prestissimo, mangiavamo delle pesche che erano così grosse, che
non ricordo di averne mai più viste di simili.

Arrivò finalmente anche per noi l’età di prendere la tanto desiderata “patente'. Avevamo
diciotto anni. Frequentammo – io e il mio amico Giovanni Alessandro – la scuola guida
(naturalmente a Brindisi) contemporaneamente alla preparazione per gli esami di Stato. Non
c’era verso, si era deciso di prenderla a tutti i costi, e così fu: nel 1967 festeggiammo
Diploma e Patente. Fu, comunque, una conquista la cui soddisfazione non poteva che essere
molto ridotta e striminzita: e la macchina? Nessuno di noi aveva le possibilità di
acquistare autonomamente un’automobile, in quanto ancora pivellini, con un diploma appena
fresco di stampa, senza una lira in tasca. Ma fortunatamente, c’era la cinquecento familiare
di mio padre che, ogni tanto, me la concedeva e con la colletta della comitiva per la
benzina, si riusciva a viaggiare a Brindisi, S.Pietro, Cellino, ecc. A proposito della
benzina: vi ricordate che c’erano le colonnine della normale e quelle della super? Beh! Si
faceva rigorosamente mille lire di benzina, cinquecento normale e cinquecento super. Mah!
(Per la cronaca, il prezzo era di 110 lire al litro). In quegli anni, e fino a quando
qualche amico non ebbe a disposizione un’auto, c’erano le prenotazioni per poter salire su
quella “favolosa cinquecento familiare'. Ve la ricordate com’era brutta?
Qualche tempo dopo, ragazzi, improvvisamente, ci accorgemmo di essere diventati adulti.
Esigenza di autonomia economica, ricerca di lavoro (quanti viaggi a Roma per partecipare ai
concorsi pubblici!); anche allora non era facile l’occupazione. Arrivò, intanto, anche per
noi la cartolina precetto per il Militare. Ci eravamo veramente fatti grande. E, intanto, ci
avviavamo alla fine di quel decennio “favoloso' degli anni sessanta.
...............continua
di Cosimo Ottaviano
|
 |