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IN TUTURANESE ALARE SIGNIFICA SBADIGLIARE
SIGNIFICATO:
STA ALU
STO SBADIGLIANDO
.


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La Sposa

Nella sua esistenza Ubaldo conosceva solo il duro lavoro dei campi e le poche occasioni di divertimento che il paese offriva. Pensare ai momenti di svago serviva a non fargli sentire il mal di schiena e il dolore alle mani incallite. Il volto, scuro e secco per l’aria e il freddo, si rasserenava per l’apparire spontaneo di un sorriso frutto di pensieri giocosi mille miglia lontani dal lavoro del momento. Era Carnevale e nelle case, a turno, si organizzavano i festini. Compari, parenti e amici si riunivano a ballare, a raccontare 'culacchi', a ridere. Si conoscevano tutti, a Tuturano e il Carnevale era un’occasione in più per dire, supporre e tenere la mente impegnata in cose da poco.
Quella sera Ubaldo assunse il suo ruolo di accompagnatore responsabile del gruppo di maschere che nessuno doveva riconoscere. La moglie, le sue amiche vicine di casa, in fretta e con fare furtivo, tra un secchio d’acqua preso al pozzo in giardino e una corsa a preparare ciò che i mariti chiedevano, avevano concordato tutto. Non c’era poi molto da arrovellarsi, bastavano abiti smessi e di diversa provenienza: il pantalone del marito, la giacca del fratello, lo scialle della suocera, i guanti del giorno delle nozze, la “coppula ti lu tata”. Non doveva trasparire niente, neanche un’unghia.

Toc…toc…toc… Sono arrivate le maschere. Possono entrare?
Non era una maschera a chiedere il permesso, né si sarebbe fatto entrare chi non si conosceva. L’uomo non mascherato, quello che tutti potevano riconoscere, era garante del gruppo e difensore dello stesso.
Quella sera, dopo la frugale cena, i bimbi furono messi insieme nel lettone di cummà R…. e ognuno si travestì.
La brigata uscì per le vie semi buie e si diresse verso il primo festino. Furono balli, lazzi e scherzi. Niente liquori, niente dolci, nessuna tentazione valse a scoprire il mistero di quei volti nascosti. Dopo un po’ le maschere uscirono e si avviarono verso altri ritrovi. Il tempo passò e rimaneva ancora una festa in cui portare allegria.
Si erano sposati due giovani quel giorno e nella loro casa si svolgeva il ricevimento di nozze. Le maschere furono ammesse e si sedettero alle sedie allineate lungo i muri della stanza. Gli invitati si avvicinarono a ciascuna di loro per rivolgere domande, alle quali, puntualmente, seguiva un segno di diniego col capo o con l’indice inguantato.
La musica riprese e con essa la danze. Una maschera invitò la sposa a ballare e furono applausi e sorrisi. Sapeva ballare la sposa e la maschera la invitò ancora, non si era accorta che lo sposo era diventato scuro in volto. Mentre la coppia eseguiva i passi del tango, Ubaldo fu chiamato nella stanza attigua. Lo sposo infuriato gli chiese l’identità della persona che ballava con sua moglie. Era certo l’uomo con il quale lei era stata fidanzata in precedenza.
Ubaldo garantì che non era lui, anzi, si poteva proprio star tranquilli.
Il giovane non volle sentir ragioni e pretese di vedere il volto della maschera. Ubaldo aveva un punto d’onore, non poteva tradire le persone che a lui si erano affidate, non poteva proprio. La sposa fu chiamata con discrezione e con lei il sospettato. La porta fu chiusa e gli sposi novelli cominciarono a litigare. Lui accusava, lei si difendeva e negava, le suocere invocavano il buon Dio, Ubaldo cercava di riportare la pace giurando e spergiurando, la maschera taceva e si ingegnava a fare “NO” in tutti i modi.
Ecco il colpo fatale: lo sposo, sempre più accecato dalla gelosia, minaccia la separazione immediata.
Panico.
Ubaldo, sbigottito, non può non cedere. È silenzio, è attesa.
La maschera, titubante, si sfila piano un guanto e mostra la mano. È una mano di donna e all’anulare ha la fede. Un respiro di sollievo allenta le tensioni.
Lo sposo si calma, la sposa piange. Ubaldo e la maschera, ricomposti, escono mogi, recuperano il resto del gruppo, salutano e vanno via.
Cosa successe dopo non è dato sapere, né gli sposi né le maschere avevano interesse a commentare l’accaduto.
In paese i veglioni continuarono a farsi e le maschere a girare.

A noi non resta che ricordare e rimpiangere il tempo che fu.



Le scarpe del funerale

Per le vie del paese un gruppo di uomini con vesti nere, le lunghe gonne arricciate in vita, gli scialli sulle spalle e i fazzoletti (rigorosamente neri) in testa seguiva piangendo, gridando e agitando fazzoletti bianchi, un feretro portato da quattro becchini con una maschera in viso.
A quelle grida ogni porta si apriva. La gente usciva di casa e, senza decoro, a quel pianto disperato scoppiava a ridere.
Era morto il Carnevale e gli si faceva il funerale. Tutti dietro, in corteo, a gruppi, per scoprire chi erano quelli che si disperavano.
Giunti in piazza, il pianto raggiunse toni acuti e…. proprio in un secondo di silenzio una, una sola voce tuonò:
Uardati di scarpi!! Sulamenti l’Ubaldu li teni cusì lucidi!

(Il racconto è stato liberamente rielaborato da un fatto realmente accaduto a Tuturano)  



foto e testo di Maria Arcona Mele

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