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Pino racconta Carmelo D'Errico
Tutto inizia per caso dentro “lu Saloni di mesciu Damianu”, quando nei momenti liberi dal lavoro si suonava. Io, mio fratello Daniele e Roberto Preso con le chitarre e mandolino, e Carmelo insieme cu ‘llu cumpari Ntoni Facchiacchiari cantavano, di cui uno faceva la prima voce e l’altro la seconda. Così si provava e poi si andava a suonare nel programma folk condotto da Don Antonio Invidia nella mitica Radio Life. Con Carmelo si instaura subito un legame molto forte che porterà poi alla realizzazione del disco. Le canzoni di Carmelo nascevano di notte perché mi diceva: “Ue Pì, quandu ti faci vecchiu la notti non ci tuermi” ed io scherzando gli dicevo: “Carmé no tieni suennu”. Lui veniva al salone con il testo della canzone a memoria.
In quel periodo, fine anni 70, c’era un proliferare di gruppi e cantanti folk, e con Carmelo ci siamo detti: “Perché non tentare, pure noi l’avventura visto che abbiamo parecchio materiale su cui lavorare?”. La mia amicizia personale con Vito Daniele, il proprietario del negozio musicale “Il Discobolo” ha fatto tutto il resto, perché Vito Daniele, era proprietario dell’etichetta discografica 3D insieme con Peppino Di Capri. Con Carmelo abbiamo registrato tutto sul “registratore a cassetta” e siamo andati a Brindisi, dove nel negozio, Vito ha sentito tutte le canzoni che erano molte di più di quelle poi registrate. Lui si è dimostrato subito entusiasta e ci ha proposto ci registrarlo. Era quello che volevamo sentire. Adesso però arrivavano i problemi in quanto noi eravamo solo in due e invece serviva un gruppo vero.
Mentre si provavano le canzoni nel salone di mio padre e Carmelo e Ntoni cantavano sempre con il solito schema, entra in scena Don Domenico, che sentendoli cantare esclama: “Voi non potete cantare insieme, me sembrate du somari”. A questo punto iniziano i problemi personali tra i due compari e io a fare da paciere, poiché la competenza musicale di Don Domenico era fuori discussione. Ntoni era convinto che facesse parte del progetto, ma l’autorevole intervento di Don Domenico non gli lasciava scampo.
Vito Daniele ci chiama da Brindisi poiché dovevamo iniziare le prove. Lui aveva trovato il batterista Cosimo Giorgino, il fisarmonicista Nicola Martinesi, mentre per la chitarra basso avremmo trovato un session man a Roma nello studio di registrazione. Agli inizi di giugno siamo partiti per Roma, destinazione il R.S.E.P. di Giuliano Sorgini, ingegnere del suono che lavorava per conto della casa discografica RCA. Alloggiavamo alla pensione Marsala vicino alla Stazione Termini. Carmelo aveva preteso una stanza con due lettini perché, essendo molto teso, voleva stare con me per scambiare le prime impressioni e poi lui aveva questa insonnia che lo perseguitava. La mattina senza fare rumore si alzava presto e usciva. Quando rientrava gli dicevo: “Carmé a sciutu fori? C’è a chiantatu?”. Lui rispondeva: “Ue Pì non ci tormu a casa pensa a quai”. In sala di registrazione abbiamo registrato prima la fisarmonica e poi la batteria, così Vito ha fatto ritornare a brindisi i due musicisti. Ora entra in scena Van Earl Patterson, chitarrista nell’orchestra Rai di Domenica In, faceva anche il session man suonando all’occorrenza il basso. Quando Van ha sentito le canzoni, di tutto si sarebbe aspettato eccetto suonare folk.
Ma Carmelo era contagioso e gli dice: “Sciuscé sona comu cazzu uei, però moi taggiu fa ssaggiari nu picca ti mieru ti Tuturanu cussini capisci c’è significa cugghima l’ua”. Allora io ho avvertito Van di stare attento a non esagerare con il vino e Carmelo subito: “ Sciuscé attentu ca stu vinu mena mazzati”. Mentre si registrava il basso, l’americano continuava a bere e ad un certo punto inizia a ridere, riesce a dire solo SORRY e cade a terra. Carmelo lo guarda e gli dice: “Io tera avvisatu ca ti stu mieru l’ieri buscati”. Comunque poi il basso lo abbiamo registrato e quando Van Earl ci salutò Carmelo gli volle regalare una bottiglia di vino che lui prontamente accettò. Dopo una settimana eravamo ancora a Roma ma mancava la voce a due canzoni e la stanchezza si faceva sentire. Erano le nove della sera e l’indomani a mezzogiorno avevamo il treno per Brindisi quindi dovevamo completare per forza le canzoni ma a Carmelo si era presentato un blocco mentale, non riusciva a ricordare le parole della canzone “L’Antiposparu”. Alle ventitre Giuliano Sorgini propone una pausa visto che eravamo in studio dalle nove di mattina. Siamo andati in un bar e mentre noi abbiamo chiesto un panino, Carmelo era preoccupato e non voleva mangiare. Io, Vito e Giuliano gli dicevamo di non preoccuparsi, tanto il testo della canzone lo avrebbe ricordato. Lui mi guarda e dice: “ Ué Pì, ogghiu nu bicchieri ti latti bianco”. Io l’ ho guardato sorpreso poiché non avevamo mangiato a mezzogiorno e gli ho detto: “ Carmé ma stai buenu?”. Bevuto il latte siamo ritornati in studio e come per miracolo ha ricordato tutto il testo, condito alla fine, da una bestemmia liberatoria finita anche essa nella registrazione ma.. prontamente cancellata. Tornati a Brindisi siamo stati in giro a suonare nelle tv private e nelle radio locali raccogliendo consensi e grandi soddisfazioni; poco male per due che fino a poco tempo fa suonavano nel salone ti mesciu Damianu. Avevamo preparato altre canzoni per un altro disco, questa volta a Milano per la “Ricordi” ma purtroppo non abbiamo avuto tempo. A distanza di tanti anni ho fatto un tuffo nel passato respirando quell’aria spensierata e quella sana incoscienza di un giovane di belle speranze, Carmelo, giovane anche lui a dispetto dei suoi settanta anni.
Questo è un omaggio a Carmelo D’Errico che con la sua semplicità mi ha insegnato cose che mi sono state utili nel tempo, a mio padre Mesciu Damianu per la sua inesauribile pazienza, e al mio maestro musicale e di vita Don Domenico.
testo di Pino Cagnazzo
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