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Ni Cuntu Una
'LU MULU CICCILLETTU..'
Fatto realmente accaduto.
Era l'anno 1962,Festa della Madonna del Giardino, piazza Regina Margherita. Quell'anno la cassarmonica (villa) era sistemata sulla parte nord della piazza, c'era la solita banda con due cantanti lirici, la piazza di sera piena di gente ad ascoltare le note del Barbiere di Siviglia. Mio padre come al solito aveva lasciato 'Ciccillettu'libero in campagna legato ad un albero e si era ritirato al paese. Abitava all'angolo della piazza dove sul retro c'era la stalla, e in quelle ore si era messo al letto, alle tre di notte si doveva
recare in campagna, non immaqginando certo ciò che stava per succedere.
Mentre la banda suonava, ed i cantanti erano impegnati ad interpretare le famose note del Barbiere, mogio mogio si vede arrivare in piazza, Ciccillettu, arrivato al centro della piazza si mette come uno spettatore di fronte alla banda ad ascoltare la musica, vi lascio immaginare la scena, risate, i bambini che si avvicinavo e lui senza scomporsi, quando si avvicinavano i carabinieri faceva capire con qualche ...calcio che non voleva essere disturbato, tanto che il maestro che dirigeva la banda si è visto costretto a fermare la musica e redarguire i carabinieri dicendo loro ... non si disturbano gli spettatori!
Qualcuno intanto era andato a svegliare mio padre che alzato alquanto stupito, venne in piazza in mezzo alla ilarità generale, andò vicino a Ciccillettu gli sussurrò qualcosa all'orecchio e lui senza scomporsi dimenò la coda e mogio mogio se ne tornò in stalla. La serata continuò regolarmente, ma insolitamente più gioiosa per quell'insolito fuoriprogramma.
Cose che accadono solo in un piccolo e genuino paese quale.......Tuturano. (racconto di Leonardo Marzo)
LA MESSA
Nonnama la Pissa, donna religiosa, partecipava a tutte le messe che all’epoca venivano celebrate nella piccola Chiesetta della Madonna del Giardino. Tanta era l’abitudine che ogni qualvolta le campane suonavano per annunciare la messa, Lei se ne usciva da casa e si dirigeva in Chiesa.
Le sue giornate scorrevano tra le solite faccende in casa e la Chiesa, quando faceva buio come tutte le sere se ne andava a letto a riposare.
Una notte mentre dormiva, udì il suono delle campane suonare a messa, Lei, tanta era l’abitudine, si alzo dal letto senza badare all’orario e dopo essersi rivestista uscì di casa dirigendosi verso la Chiesa. Dal portone aperto notò tanta gente in piedi e le donne (come da usanza) col fazzoletto in testa. Nella Chiesetta c’era uno strano freddo, ma lei non fece bado a quanto stava succedendo. Si accorse che tra queste persone c’era una sua comare e, mettendosi al suo fianco, la guardò salutandola. La comare nel silenzio della Chiesa e rimanendo con la testa china gli sussurrò: “cummà… cè sta faci aqquai, vabbandi prima cu si chiuti lu purtoni, ca quista non è la messa tua.”
Guardandosi intorno vide tutte queste persone con la testa china e nessuno si mostrava in viso. Nonnama ad un tratto si ricordo che la comare che aveva appena incontrato era morta già da tempo e si rese conto che anche le altre erano tutte persone morte. Così, come gli consigliò la comare, lei se ne uscì in tutta fretta dalla Chiesa tornando a casa scolvolta per quanto gli era accaduto.
Tanta era stata la paura che mia nonna stette con la febbre alta per un po’ di giorni. (racconto di Pino Novara)
COMU FAZZU CU MI SCORDU?
Piccoli episodi riaffiorano alla mente e ti portano a sorridere ai bei tempi andati.
Mi madre dopo che aveva lavato per terra: 'ci passi ti spaccu la mazza ti la scopa a n'capu'.
Trovavo quasi sempre il pavimento bagnato ogni qualvolta dovevo entrare in casa a prendere qualcosa. Mia madre: va pigghia na menza ti acqua alla funtana giacchè sta spietti no?
Io andavo si... ma solo dopo aver contrattato per dieci lire in cambio. Dieci liri...
Quandu tinia sordi a n'pauta la prima cosa ca facia era cu vau a dò la Rusina Cacchioni cu mi cattu cosi duci.
'Lu paninu cu llu riddhu ti pommitoru' per fare merenda di pomeriggio, poi...
Io a mia madre: Uè mà, a retu dò lu zu Silviu stau. La strada non ancora asfaltata era un ritrovo per tutti i ragazzi nelle vicinanze. C'era chi giocava a palline, chi a 'scundituru' o '31 libera tutti', c'era anche chi si divertiva ad infilare tabacco seduto dalla Teresa. L'acuceddha randi e via na foglia retu l'aura.
Se ci penso, allora bastava veramente poco per divertirsi.
A noi ragazzi non ci mancava mai la frutta, ne tenevamo in abbondanza, ma sempre sugli alberi degli altri.No mi scordu mai quandu sciamu alli 'scesciuli' a ddò Cocu, ca puntualmenti n'di sicutava a mienzu li vigni. 'Vagnù lu patrunu sta rrìa', e noi tutti a correre con la paura di essere presi dal proprietario dell'albero. Certo che ne abbiamo combinate. Diceva la Iolanda: 'bè.. oru oru ognunu a casa loru me. Sciativindi'
'Tinia na freccia di na precisioni unica.'
Povere lucertole,bersaglio di tutti quelli (me compreso) che possedevano una fionda (la freccia). Si andava nel bosco o negli ulivi per trovare il ramo perfetto per poi crearsi la freccia. Le molle ricavate dalle camere d'aria delle biciclette, mesciu Pintu le teneva sempre da parte. Le nere molto più lente rispetto alla potenza che sviluppavano le rosse. C'era anche chi aveva la possibilità di mettere quelle quadrate in vendita nelle armerie.
'Ma ti studiari mai si n'dì parla?'
Della scuola ricordo ancora le mazzate della Sig. Perrone, che un giorno entrando in classe disse: 'ci sono due biondini che durante la mia assenza si sono comportati male con la supplente'. Non era difficile capire di chi parlasse, di biondi eravamo io e la buonanima di Fabio Del Coco. Mi prese per i capelli e mi sbattè il capo ripetutamente sull'armadietto. Che tristizia quella maestra! In silenzio e davanti al resto della classe tornai al mio posto, consapevole che appena mio padre veniva informato dell'accaduto mi toccava prendere le altre 'mazzate', ma queste molto più preoccupanti.
'C'è capu ca tinia tandu, e comu fazzu cu mi scordu?'. (racconto di Giulio Carbone)
'SAPIENZA CONTADINA TUTURANESE'
13 luglio 1963. Questo giorno per Tuturano è una data difficile da scordare per la sua drammaticità. In quel periodo molte delle case di Tuturano erano ancora costruite a tettoia, tra queste anche quella di mio padre. Come al solito in quel periodo estivo, alle dieci di sera, noi giovani eravamo seduti insieme alle persone più anziane in mezzo alle strade, il passatempo era ascoltare le storie della loro vita vissuta.
Era una serata afosa, non c'era un alito di vento, il cielo completamente stellato, intorno uno strano silenzio. Ad un tratto,interrompendo bruscamente il suo discorso, una vecchietta di circa 90 anni (la chiamavamo nonna Lucia) incomincio' a dare escandescenza: 'scappatifigghi mia, sciavitini a casa oscia ca' sta cu 'rrialu finimondu'. Un pò increduli noi giovani gli chiedemmo perchè diceva questo, e lei:'figghi mia uardaviti quannu giranu li ienti'. Noi non sentendo neanche un alito di vento pensammo che la nonna non si sentisse tanto bene, ma visto l'ora tarda decidemmo di accontentarla e ci recammo ognuno alle proprie case.

Io ero a poca distanza da casa per cui feci in tempo ad entrare, andai nella mia stanza e mentre ero intento a togliermi le scarpe, un botto come se fosse una bomba mi paralizzò, andò via la corrente, sentii un urlo di mia madre, quasi immediatamente avvenne la fine del mondo, per circa tre minuti una scarica di grandine grossa quanto macigni, sembrava di trovarsi in mezzo ad un bombardamento, brancolando riuscii ad arrivare vicino al letto di mia madre che, aveva avuto la prontezza di prendere mia sorella di pochi mesi e di metterla al riparo, la soffitta era spaccata e sul letto veniva giu'il diluvio. Riuscimmo ad avvicinarci alla porta d'uscita, ma fuori c'era l'inferno, urla disperate di gente che chiedeva aiuto, ma nel buio non si vedeva alcunchè, per fortuna nostra il tutto durò pochi minuti e quando passò il temporale tirammo tutti un sospiro di sollievo, ci cercavano per nome i vicini di casa per sapere delle necessità di ognuno, fortunatamente nessuno si era fatto del male.
Intanto qualcuno accese i fari delle macchine, e lo spettacolo che si presentò davanti era spettrale, tutti i muri che davano sulla tramontana sembravano essere colpiti dalla mitagliatrice, le porte spaccate, tutti i vetri per terra. Ad un tratto mi sentii chiamare, mi invitavano ad andare a vedere i danni in mezzo le campagne, rifiutai dicendo che non ci voleva molta fantasia per capire in che condizioni potevano stare le vigne e tutte le campagne. Quell'anno fu una tragedia per tutti i tuturanesi, mio padre per tre anniconsecutivi non raccolse un acino di uva. Tempi duri, anzi durissimi.. come si può immaginare, ma riuscimmo a venirne fuori.
Di questa esperienza mi è rimasta dentro la capacità di reazione della mia gente collegata alla grande esperienza e sapienza dei contadini. Quella frase mi risuona ancora nelle orecchie: 'Figghi mia uardativi quannu giranu li ienti'. Grazie Nonna Lucia (racconto di Leonardo Marzo)
Piccole Storielle Tuturanesi
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